domenica 11 febbraio 2018

La notte di un sabato...




Sabato sera, carnevale pieno.
Altri altrove fanno altro, io passo dai miei preziosi nipotini (potrò mai ringraziare abbastanza i genitori per la loro esistenza?). Li trovo eccitati, mi mostrano un DVD dei Ninjago appena avuto in regalo e stiamo insieme a guardarlo.
L’eterna lotta tra il bene e il male. Almeno qui non sembra che tutto sia uguale, che tutto vada bene! Anche se, per la verità, forse è solo un problema di cassetta: gli sceneggiatori di Hollywood insegnano che in un film ci deve stare per forza antagonismo, suspance, dramma, sennò come funziona il mercato?

Loro mi invitano a cena (lo fanno sempre!).
Dopo cena mi ritrovo io a gestire il loro sonno: diciamo insieme le preghiere e poi loro, eccitatissimi, tutto vorrebbero meno che dormire. Chi si alza e si rialza, chi ha sete, chi accende e spegne la luce, chi ragiona. Ad un certo punto il senior, e chissà da dove era partito, non lo ricordo, mi fa: "Nonno ma tu con chi parli, che vivi da solo?” Bella domanda, eh? A sette anni non è usuale porsi tali questioni (sto bimbo eccelle in umanità, anche, a detta delle insegnanti). E io non ricordo nemmeno cosa gli ho risposto. Alla fine, dopo diverso tira e molla, in cui credo proprio di essermi addormentato pure io, seduto, tutti dormono, la piccola beata stringendo il mio pollice.
Mentre torno a casa penso all’uscita del mio piccolo uomo.

Certo, quando vengono da me trovano le foto della nonna e la prima volta sono stati entusiasti di vederla lì, non se lo aspettavano. Trovano le foto della nonna perché, anche, alla fine è giusto che sappiano la Verità. E la Verità non è quella dei rapporti tra nonno e nonna, due poveri finiti esseri presi in un immortale vortice ben più grande di loro, che quello è secondario.
La Verità, che davvero mi pare la sola eredità da lasciare ai posteri, è avere conto, dalla vita vissuta, quando sarà il momento, della nascita - crocifissione - discesa agli inferi e soprattutto resurrezione di Gesù. Il motore dell’umanità, la storia cristocentrica.

Queste creature nella vita faranno quello che vogliono, hanno anche loro il “diritto" di sbagliare. Questo però devono sapere, almeno dal vivere mio: se ce l’ha fatta nonno, può farcela chiunque, la resurrezione è possibile, sempre, per tutti.

(Dipinto di Gabriele Marsilii, Milano, Natale 2017)

giovedì 21 dicembre 2017

Matteo Ricci, maceratese del XVI° secolo

Qualche sera fa mi son trovato a scrivere, su uno dei tanti gruppi whatsapp che ancora frequento (qualcuno l'ho tagliato che non ce la facevo più per le banalità), con dei cari amici, del mondo pre-cristiano e del mondo post-cristiano. Di come fossero perfette le parole dell'apostolo Paolo riguardo al "farsi tutto a tutti" per lo scopo prefisso. E di come l'inculturazione, inventata dai gesuiti e incarnata dal mio lontanissimo parente fra' Matteo Ricci nella Cina del sedicesimo secolo, fosse opportuna e funzionale (lo scopo... il fine ultimo, sempre quello: il Dio di Gesù Cristo).
Credo che a Matteo e ai suoi compagni si riferisca Battiato, quando cerca un Centro di gravità permanente: "Gesuiti, euclidei, vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori della dinastia dei Ming".
La storia (Ludwig Hertling, Storia della Chiesa, Città Nuova ed. 1967) narra che Matteo, accompagnato dal confratello Michele Ruggieri, "Si presentò vestito da dotto cinese ma,..., non nascose la propria identità. Parlava e scriveva il cinese classico e con le sue cognizioni matematica, astronomia e geografia, seppe rendersi utile al governo, tanto che non fu opposta alcuna difficoltà alla sua predicazione del Vangelo".
La cosa che più mi piace di quest'uomo è sì l'intelligenza, ma specie l'amore concreto, reale, nell'entrare in una cultura difficilissima per un occidentale. Un grande lavoro con una fatica immensa.
Aveva dinanzi un mondo che non conosceva Cristo, è stato accolto come un grande (tale era) venuto da lontano, che amava genti lontane e sconosciute e aveva imparato lingua, costumi, tutto. Pur senza Wikipedia e il web.

Ma il mondo è davvero molto cambiato, specie qui nella vecchia Europa. Il mondo post-cristiano, in cui oramai viviamo immersi senza nemmeno più accorgercene, proprio stasera mi è esploso sotto gli occhi, e nel cuore.
Alla festa del nido della mia nipotina (due anni il prossimo 22 gennaio). Festa di Natale (forse dovrei metterlo minuscolo: natale) in cui le maestre, bravissime, preziose, hanno messo in piedi un festeggiamento di Natale parlando di auguri, festa, regali, anche famiglia. Mai nominato Gesù, che pure è bambino in questo evento, vicinissimo a quelle creature... Sembrava di stare non in Italia ma forse nei paesi scandinavi, dove tutto è assolutamente "politically correct", asettico (anomalo, tra i presenti non mi è parso di notare non italiani, quindi probabilmente tutti battezzati).
Questo il post-cristiano, ci siamo. Era scritto, mi sembra. La vecchia Europa al tracollo: tutti lo dicono, pur da punti di vista diversi.

E questo non credo richieda inculturazione. Ci vuole altro, dinanzi al rigetto del Vangelo, con annessi e connessi. Mio padre, uomo antico, saggio e onesto, citava un detto ricorrente: fai quel che il prete dice, non quel che il prete fa. Ma qui siamo oltre: si rigetta non la incoerenza, ma tutto. E lo rigetta chi ha in qualche modo conosciuto il cristianesimo. Credo ci siano grosse responsabilità in ognuno di noi credenti, in questo.
Ma se di testimonianza si è mancato, credo di testimonianza si debba crescere. Gli Atti degli Apostoli sono chiari: "Guardate come si amano". Non serve qui vestirsi da bonzi per entrare a corte imperiale. Necessita aderenza assoluta e non dubbia al Vangelo dei padri. Servono i fatti chiari, nitidi, e forse anche pubblici. Pur che non piacciono alla cultura dominante.

P.S. a proposito di WA: mi son reso conto di come sia cambiato il mio mondo comunicativo - ma forse di tanti - senza colpo ferire. Per anni, credo circa dal 1996 - il mio primo faticatissimo web, la posta elettronica mi è stata fondamentale nella comunicazione. Specie nei tempi recenti.
Oggi quelle poche email che ancora girano le vedo dallo smartphone in anteprima, e tutto ruota attorno a whatsapp. Pure troppo, vedo intorno dipendenze diffuse. 
Cosa arriverà a breve, a soppiantare un WA divenuto antiquato?

martedì 19 dicembre 2017

Separati (fedeli?)


Arrivato l’inverno pieno, ecco Natale, ancora.
Dieci anni fa ero in ospedale, in questi giorni, in Neurologia, ricovero d’urgenza per accertamenti. Mi dimisero alla vigilia del Natale, il primo fuori casa, senza una diagnosi certa di quanto era accaduto. E qui, nel mio eremo, all’inizio fu davvero dura, ma non ne ho quasi memoria. Un mattino, col vecchio tetto ora sostituito, al risveglio rilevai 4°C in camera da letto... Vero che la mente umana è selettiva, deve andare avanti e resetta cose spiacevoli.
Fu comunque una sorta di miracolo, sopravvivere col gelo, interno del dolore, ed esterno della casa che andava ancora molto sistemata. Ma all’epoca i prezzi delle case erano alle stelle, e questa mi è toccata col denaro disponibile (oltre al mutuo e un prestito).

Molto è cambiato, quel gelo è stato produttivo, direi. Qualcuno paragonava l’uomo al seme sepolto nella terra, ove l’inverno è davvero duro, col gelo e nel buio assoluto. Ma il seme sta, resiste e produce a tempo debito.

Stasera son rientrato in casa appena imbrunito, con la temperatura esterna che stava già intorno allo zero. Mi son scoperto poca voglia di scendere dalla macchina ed entrare in casa. Mi son detto che tanto nessuna mi aspettava e nessuno si sarebbe accorto se rientravo o meno. Indifferente al mondo? Ho riso, in me. Ma son rientrato, preparato una vaga cena, e messo al lavoro. Ovvero: telefonate inframmezzate da pezzi di opera belliniana. Debbo dire che trovo bellissimo godermi gli applausi a scena aperta a certe arie ben eseguite… la gioia dell’interprete è visibile in qualche caso, e contagiosa. Ed è il risultato di un circolo d’amore, quando il pubblico, ringraziando con entusiastico battimani, dichiara amore a chi si è impegnato per ben cantare, che amore è per il pubblico. Un circolo virtuoso, bello, esemplare.

Il 7 dicembre mi son fortuitamente ritrovato a fare una visita a Loreto. Assolutamente in-programmato, quasi da altrove diretto. Freddo molto, fuori, una ennesima grazia dentro.
Mi son reso conto di stare lì a rappresentare, proprio in quel momento, tutti i separati della terra, in qualche modo. Nella casa della Sacra Famiglia, in una sera speciale. Ad offrire e chiedere, anche.
Perché questo si fa nella casa del Padre, in famiglia. Un circolo d’amore, pure qui, virtuoso.

Eccolo, ancora, l’inverno. Il tempo fugge via, e nulla sopravvive al suo impeto.
Mi accorgo che son due mesi che non pubblico qui sul blog. Ma mai sono stato fermo o altrove, "sto sul pezzo" decisamente e su vari fronti impegnato.
E nel tempo ho capito, alfine, cosa devo fare da grande… eh già! Nel tempo che resta, solo o meno, vivere e lavorare per questa umanità lacerata che risponde al nomignolo (brutto, ma efficace) di separati fedeli. Separati fedeli: qui si può dire, anzi si deve, a chiare lettere! Fedeli al matrimonio – sacramento. Ovvero, come altri fedeli al loro sacramento, fedeli al Dio che ci pensò sin dal seno materno e al suo disegno in cui tutto si ricapitola, il disegno che a volte col vivere di permissioni rendiamo uno scarabocchio informe…

E' un semplice ricambio d'amore, immeritato, nel circolo virtuoso.

(foto mia, Firenze, estate 2017)

giovedì 19 ottobre 2017

Milleseicento anni dopo


Scrivere, specie qui, in un blog di nicchia, comporta concentrazione attenzione dedizione. Doti che in questa fase della vita mi scarseggiano, concentrato in migliaia di cose “altre”. Lo scrivere qui mi è stato di fondamentale aiuto e così interfacciarmi con centinaia di amici, vecchi e nuovi, per lo più rimasti a me sconosciuti. Sempre vivendo questo scrivere come una sorta di dialogo interiore condiviso… tante volte inizio a scrivere e poi se non son convinto non arrivo a pubblicare.

Pocanzi, in un momento buono, qui con l’imbrunire incombente, con la temperatura che scende drastica e il bisogno di tepore, con la Norma di Bellini che mi allieta udito e sentimenti (a proposito, Vincenzo Bellini: mia scoperta recentissima, un genio di due secoli fa, che in pochissimo tempo – scomparso appena 34enne – ha creato talmente tanto e bello da non crederci!) sono entrato a vedere il blog, ovvero le visite (operazione un tempo più frequente... in fondo qualche soddisfazione ci può pure stare, no?).
Non scrivo dal 17 settembre, non ho più il link di un importante portale… e quindi sono rimasto ammutolito: nell’ultima settimana una quantità impensabile di “visualizzazioni di pagine” nientemeno che dalla Russia! Da sempre ho visite da ogni dove, molte russe, ma oggi queste le trovo numericamente preponderanti. Mi sono commosso, e messo a scrivere. Senso del dovere? Un rendere giustizia, soddisfazione, a chi mi viene a cercare sul web? Sarà pure che sto leggendo Genti di Dio, della fotografa polacca Monika Bulaj (eh sì, un libro di fotografie – splendide – che è anche ben altro) che mi rende vicinissimo alle genti del nord…

Sono stato di recente a Milano, invitato a donare alcune cose ad un gruppo di fidanzati. Da anni avevo voglia, e bisogno di andare: c’era un amico da visitare, dopo oltre trenta anni di lontananza. Un amico che ha dato grande significato alla mia giovinezza, e che poi ho dovuto lasciare alle spalle. Avevo da vivere, crescere e ritrovare il mio Dio. Che non stava agli antipodi, per quanto ce lo abbia pervicacemente cercato. Stava qui, nei paraggi. Non grida, non pretende, tace e sta. C’è bisogno di silenzio, quello vero, per sentire lo zefiro, l’alito del vento di prossimità.
Dovevo andare a ringraziare: non atto dovuto, ma dal cuore, profondo. Siamo stati nel tempo immoto, ci siamo intesi come sempre, e oggi ci stiamo comunicando le cose importanti dell’esistere.
Siamo on the road, in viaggio, ensamble, todos… grazie!

In questa epoca sempre più tormentata ho trovato grande aiuto nel rileggere, ancora una volta, un piccolo testo di sant’Agostino, dal titolo oggi impresentabile, pare: La dignità del matrimonio. Un volume introvabile, sia su web che dall’editore ultimo. Siccome volevo acquistarne diverse copie da regalare ad amici con idee confuse, ho scritto all’editore chiedendo di ripubblicarlo, magari in formato digitale, se presume rischiosa la carta stampata. Un e-book da vendere a 5 euro, con zero investimento. L’editore ha già in catalogo opere di Agostino in e-book a quella cifra.
Silenzio assordante, nessuno si è degnato di darmi risposta. Forse già il titolo mette paura?

Agostino di Ippona, uomo nato appena milleseicento anni esatti prima di me, che ha passato parte dell’esistenza a combattere eresie: manichei, donatisti, pelagisti, semipelagisti, ariani. In fondo quello che siamo oggi è dipeso anche da lui.
Di quest’uomo – che sento vicinissimo per tante comunanze – una cosa in particolare mi risuona forte, stando io sempre più spesso al contatto con drammatiche realtà.
Sono parole eterne, ritenute la sintesi della sua vita: “Ci hai fatti per Te Signore, e inquieto è il nostro cuore finché non riposa in te” (Le Confessioni, I,1,1)

(Foto mia, Firenze Uffizi, luglio 2017)

domenica 17 settembre 2017

E quindi, l'amore?

Nel corso degli anni, crescendo (invecchiando!) man mano che mi si aprivano orizzonti impensabili, ho cominciato a capire di dover mettere discussione una cosa fondamentale: cosa è l'amore, cosa significa: amare.
Perché mica tutti abbiamo la stessa percezione, la vediamo allo stesso modo. E poi nella vita si cresce (non sempre).
Credo di essere passato attraverso tutti gli stadi – o quasi, nel bene e nel male. Poi, a un certo punto, qualcuno mi disse che ero arrivato all'amore oblativo. Cooosa? andando a cercare... sì, aveva ragione!
Ma ci son giunto con gli anni, col sangue... e con un grazie, ancora, a chi in qualche modo mi ci ha costretto: la mia sposa.
Di recente, qualcuno diceva pure dell'essere amabili: se l'amare non ti rende amabile, che amore è? ci sta da farsi qualche domanda, no?

Ieri sera ho visto un film di qualche anno fa, molto ben fatto, in cui una coppia che si vuole bene, amalgamata, ben rodata, entra in crisi per via del "sentire" altri, del sentimento, dell'innamoramento. E via, ciascuno per la sua strada. Triste, perché pure il regista (che certo non vedeva altri epiloghi possibili) non dipingeva due persone felici, poi. 

Di recente ho avuto un momento di forte tensione emotiva, incontrando, casualmente, una signora con cui immediato c'è stato una sorta di ciak.
Certo, tutto può accadere, ogni giorno può accadere. Come insegna la cultura odierna, ad esempio andando dietro ai ferormoni, le sostanze chimiche che pare contribuiscano all'innamoramento, si può passare di storia in storia, per tutta l'esistenza.
Sì, ma poi? Chi te la risolve la solitudine, dentro? Come ti "centri"?

Canta Battiato: “Cerco un centro di gravità permanente”... essì, è questo il quesito: trovare equilibrio in sé, un centro di gravità “per la mente” e che sia permanente, pure.

Ci vuole amore, amore vero. Per Dio e per il coniuge, ad affrontare questa solitudine, a starci dentro, attimo dopo attimo, notte dopo notte. Quando sai, e senti, che il tuo corpo invecchia, che si avvicina il gran momento, il mondo fuori predica, promette e fa ben altro, e tu stai a vivere la volontà del tuo coniuge... una volontà che non era nei patti... ma nella promessa sì: nel bene e nel male, nel dolore e nella malattia. Quindi ci siamo in pieno. Ché il tuo impegno è prima con Dio, è per Lui e in Lui che così vivi, invecchi, muori.

Anni fa una anziana moribonda signora confidò al marito, finalmente: "Come te, nessuno mi ha mai amata..." Lui ne fu certo felice, ma dico io: e non poteva dirglielo un po’ prima???

Paolo di Tarso raccomanda: "I mariti poi amino le mogli come Cristo ha amato la Chiesa". Ovvero: il Golgota, e la Resurrezione che ne consegue.
Mi sa che ci siamo in pieno, checché altrove se ne dica…

(Foto mia, luglio 2017, Venezia dopo un bel temporale estivo)

sabato 1 luglio 2017

La vita è adesso

Stamani mi son svegliato ad un'ora insolita. Una notte in cui ho dormito, complice anche la temperatura più umana - presumo, dieci ore e mezzo di seguito! Il mio standard attuale è molto meno. Evidente che ce ne stava urgente bisogno.

Son rientrato ieri sera da una due giorni tra Roma e Fiumicino.
A Roma per un meeting con amici per festeggiare realtà lontane, ma forse più vicine di quanto si immagini. A festeggiare i nostri sogni e il vivere giovanile alla sequela dell'Ideale più grande possibile: Gesù che prega "Ut omnes unum sint" e poi lo realizza inchiodato ad una croce, rigido. Rigido come nessuno al mondo, mai.
Sogni giovanili, calati nelle nostre giovani e puerili esistenze. In qualcuno hanno fatto boom, in altri si son consolidate, in tanti hanno vissuto la prova dell'esistenza.
Tra questi ultimi: io e tante persone a me molto care.

La prova dell'esistenza: per me venti anni di deserto, duro, senza acqua, con miraggi continui e poi svaniti, con delusioni, sangue, fatica immane. Ci stava da crescere tanta gioventù (che poi è ben cresciuta, ma il merito - se merito ci sta - è da cercare in Cielo), da portare avanti la baracca, da sopravvivere, alfine, e comunque.
Errori, tanti.
Ma come raccontavo, ringrazio Iddio e chi per Lui ha agito, per quanto indirettamente, ché questo deserto è stato utile, e solo oggi posso vederne la grandezza. Il male non è mai auspicabile né fa bene alla salute. Ma proprio quel Gesù è capace di trasformare il male in bene. Dipende da come si vive, da come si accoglie, da come si arriva persino a tramutare l'acqua in vino...

A Roma ho vissuto qualche momento di discreta ansia, finché non mi son detto che tutto era, è, nelle mani di Dio: "Lasciate ogni sollecitudine in me"! Poi, a sentire i presenti, tutto è andato più che bene.

Ieri mattina mi son svegliato con altri programmi, sarei partito subito da Roma per un veloce passaggio ad altro convegno, a Sacrofano, almeno per un saluto ad amici carissimi.
Ma a Fiumicino stavano per giungere prima mia nuora e poi mio figlio... quindi pareva proprio che io stessi nei paraggi apposta per andarli ad accogliere! Cambio programma, e ho atteso qualche buona ora al molo di Fiumicino, in pieno relax, sotto un sole velato ma denso di brezza marina. Un relax anomalo, per chi è abituato a correre e fare. Ma di una serenità assoluta.

Come poi stamani, quando mi son cimentato in lavatrici e ordine in tante piccole cose che da tempo attendevano. Tò, mi son detto, si parlava di rivoluzioni e di grandi cose... e infatti questa è la rivoluzione maggiore, sempre: quella in sé, nell'equilibrio interiore. Nell'essere, a prescindere dal fare.
Tanto vero che quest'estate, come forse mai prima accaduto, mi sto appieno godendo il sole del mio terrazzo. Riesco a stare ore al sole, cosa per me solitamente impossibile. Lo registro come una serenità nuova, dentro.
Adesso, che qui scrivo, mi accompagna la seconda sinfonia di Rachmaninov come mi accompagnò quattro anni fa sul volo Hong Kong - Roma. Un volo indimenticabile e unico.

Certo, un ricordo bello di cose belle. Ma poi? Cosa resta?
In fondo, canta Baglioni, ed ha proprio ragione: "La vita è adesso". 
Adesso: il momento di ora, il presente. In Dio, oppure no. Questo fa la differenza.
"Il resto è noia", canterebbe qualcun'altro...

(foto mia, Fiumicino, 30 giugno 2017)

lunedì 22 maggio 2017

Fatima. E dintorni...

Un periodo intensissimo di progetti, cose, lavori.
Di botto aderisco alla proposta di un amico. Un sogno del cuore, da molto tempo oramai. Si parte per Fatima. Purtroppo, ma lo capiremo tardi, serviva più tempo per approfondire tante cose. La Signora meritava di più. Però abbiamo fatto del nostro meglio, mi sembra. Io, Emanuele e Giovanni, che non conoscevo. Un inedito terzetto che ha viaggiato all’unisono, un portento.

Il sogno, e bisogno, di Fatima creda mi nasca anche da quanto dichiarato dal cardinale Carlo Caffarra, fondatore e per decenni preside del Pontificio Istituto ‘Giovanni Paolo II’ per Studi su Matrimonio e Famiglia. In una intervista del 2008, e quindi in tempi non sospetti, il cardinale riporta quanto scrittogli da suor Lucia dos Santos, la sola dei tre testimoni delle apparizioni giunta ai nostri giorni: “…lo scontro finale… sarà sulla famiglia e sul matrimonio… perché chiunque lavora per la santità del matrimonio e della famiglia sarà sempre combattuto e avversato in tutti modi, perché questo è il punto decisivo.” E ancora, di suo, aggiunge il cardinale: “Si avvertiva, anche parlando con Giovanni Paolo II, che questo era il nodo, perché si toccava la colonna portante della creazione, la verità del rapporto fra l’uomo e la donna e fra le generazioni. Se si tocca la colonna portante crolla tutto l’edificio, e questo adesso noi lo vediamo, perché siamo a questo punto, e sappiamo”.
Ci sto dentro sino al collo, e non per mia scelta, quindi devo starci e viverci bene. Se non questo, oggi, lo scontro finale, quando?

Appuntamento a Bologna a fine aprile, si parte.
Sull’aereo Emanuele incontra persone che conosce, persone che a Fatima sono di casa. Toh, e chi lo ha architettato? Saremo spesso con loro, anche ospiti, in uno svelamento progressivo delle realtà di Fatima.
Ci toccano giornate fredde, con una tramontana che disegna un blu impossibile del cielo. Faccio foto, con discrezione, ma non posso evitare. Da chi porta fiori alla Signora, a chi cammina in ginocchio sino al luogo dell’apparizione. Da chi accende decine di candele, a chi recita rosari su rosari.
Una foto può essere un atto di amore, dipende. Mi pare di entrare nei cuori e nei dolori di tanti. Trovo serenità diffusa, un silenzio soprannaturale avvolge gli eventi. Anche se presumo molti siano qui per “presentare dei problemi”.
Anzi, siamo: anche io ho molto del mio, e deleghe di tanti che mi hanno chiesto di rappresentare alla Signora i loro bisogni. Cosa che naturalmente eseguo, anche se arrivo poi a ricordare quanto si racconta di padre Pio, che si contristava molto ascoltando le sole richieste di miracolo, di quanti chiedevano il cessare del loro dolore. E lui si domandava perché mai nessuno chiedesse la Grazia di accettare la propria vita, di vivere nel proprio dolore, da cristiani.
Mi sembra che una sola cosa sarebbe da chiedere, in primis, per tutti e per tutto. Una cosa talmente banale che manco ci si pensa.
Ricordo il mio catechismo, quello che si studiava 50 anni fa (paiono passati millenni… e poco tempo mi resta, argh!). Mi piace citare a memoria (sarebbe facile una ricerca, no?) uno degli “articoli fondamentali”: a che serve vivere? La questione delle questioni, pur quando – sempre più spesso e sempre più amabilmente – la si bypassa concentrandosi nel mordi e fuggi, nel carpe diem…
Recitava (?): “Vivere serve per conoscere, servire e amare Dio, onde poi goderlo nell’altra”. Seeee! e a chi lo racconti oggi?
Quindi mi pare di dover chiedere soprattutto che si realizzino i piani di Dio su ciascuno, i disegni di luce e di bellezza che ogni umano porta in sé, per quanto magari abilmente nascosti sotto coltri di altro. “Sia fatta la Tua volontà, come in cielo così in terra”. Semplice. La realizzazione del disegno eterno, che è sicuramente molto più importante e più bello delle cose giuste e sante che abbiamo consuetudine di chiedere, e che molto spesso passa attraverso l'amore a Gesù crocifisso e abbandonato. Anzi sempre, mi sa.

Visita rapida ma proprio fruttuosa. Torno con due amici solidi in più e con il cuore pieno dell’amore di Dio, della certezza del suo agire nella mia storia personale, quando ti guardi indietro e hai modo di riconnettere i fili, almeno un poco di capire gli avvenimenti con gli occhi di Dio...

(foto mia, Fatima, aprile 2017 - qui per vedere qualche foto >> Fatima 2017 )