venerdì 20 maggio 2016

Sposi x sempre

Sta per piovere, ma devo andare a fare spesa. Poi passo dai piccoli. La signorina è oramai ai quattro mesi. Sorride appena incrocia altrui occhi, le vengono le fossette alle guance, come la mamma, come me, come mia mamma. Gli altri due domani hanno il saggio di musica. Che meraviglia! Tre e cinque anni, stanno imparando la vita al meglio. Uno suonerà il triangolo e l’altro i legnetti. Vorrebbero farmi fermare a pranzo (è ora di cena, ma per loro è sempre pranzo), come sempre. Chissà se lo fanno con tutti. No, forse hanno capito che ceno solo. Prima o poi chiederanno qualcosa, qui da me vedono le foto della nonna, c’è un’anomalia rispetto agli altri nonni…

Esco di corsa che sta temporaleggiando. Un maggio anomalo (ma da quanti decenni oramai?). Mi viene di cantare De Andrè sotto la pioggia battente: “Anche se il nostro maggio ha fatto a meno del vostro coraggio, se la paura…”. Qui ci sta la mia gioventù, in pieno.

A casa cucino, cosce di pollo con patate, in umido. Cerco su youtube questa canzone che ancora mi suona dentro. Poi scorrono altri De Andrè. Troppi ricordi. Ero davvero giovane, in camera oscura da un amico tentavamo di stampare foto in bianco e nero ed ascoltavamo Dè Andrè su cassette. Chi le ricorda? Quelle cose che ti restano nel sangue, i ricordi degli anni giovani. La vita eccola, un soffio veloce. Sono contento di esserci e soprattutto di questa consapevolezza. Certo, è figlia del sangue. Ma onesta, vera, e assolutamente non interscambiabile con qualunque altra esistenza.

Di recente sono andato a Verona, ci stava l’incontro periodico della Fraternità Sposi per sempre. Appuntamento alle 17,30 all’ingresso della stazione di Porta Nuova. Stranamente, non vedo nessuno. Lancio un messaggio sul gruppo whatsapp, ma tutto tace. Chiamo Stefania. Mi dice che sta or ora uscendo dal lavoro. “Ahhhh e quando arrivi, domani?” “Domani? Ma è la settimana prossima!” 

Insomma, sono arrivato una settimana prima. Sono figlio della romanità, e per decenni il ritardo mi era norma (a Roma era (è?) quasi impossibile arrivare puntuali agli appuntamenti)! In questi anni ultimi ho imparato ad arrivare persino in anticipo. Ma una settimana prima è davvero troppo.

Non sapevo se piangere o ridere. Alla fine ho riso. Davvero: ci sta di molto peggio. Anche se i miei neuroni (e non solo, temo) avrebbero forse necessità di una qualche massiccia manutenzione.
Ero propenso a non rifare il viaggio a distanza di una settimana. Ma ho dovuto confrontarmi prima con Rosa, poi con Stefania: impossibile dire di no.
Son tornato, ed ho fatto più che bene. Un pezzo di Chiesa giovane e bello. Un mondo nuovo che nasce, un cuore pulsante per la Chiesa e per il Vangelo. Nel vivere questa follia dello “sposi per sempre”, dentro il progetto più ampio di don Renzo Bonetti “Mistero grande(Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà alla moglie e i due diventeranno una sola carne. Questo mistero è grande: lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa! Ef 5, 31-32).

A proposito: per chi vive nella fedeltà il suo matrimonio seppur senza reciprocità - mancando l’altra metà del cielo - in agosto a Foligno ci sarà un convegno di quattro giorni basato su “Amoris Laetitia, 242: Testimoni della fedeltà matrimoniale”.

Qui piove, piove. Notte fonda, oramai. Faber è qui con me ancora, sta cantando tutto il suo repertorio. Grazie. Grazie a lui e a tutti gli uomini che riescono a toccare - e a trasmettere - il Cielo magari senza saperlo. Grazie.

(Foto mia, maggio 2016, san Giovanni Paolo II: "Il futuro dell’umanità dipende dalla famiglia")

venerdì 29 aprile 2016

Tumori...


A volte, ma forse sempre, il tempo torna padrone.
Torna padrone perché, in esso, in questo caso nell’arco di ventiquattr’ore, accadono cose che inevitabilmente arrivano a lavorarti dentro, nel profondo.

Ieri giornata particolare: compleanno di mio padre, virtuale perché da tempo non è più in terra. Poi: funerale di un amico caro, Piero. Un uomo grande, partito in pochi giorni con un tumore appena scoperto e subito operato. Il duomo pieno, come era giusto che fosse. La moglie Paola è incredibile, come sempre. Ha parole di conforto per chiunque va a salutarla. Guai a parlare di condoglianze, in questi casi. Si respira aria di Cielo. Qualcuno mi dice che Piero, che ha sofferto non poco negli ultimi giorni, salutava con un occhietto di intesa. Ci sto, eccomi, sembrava dire. Pronto.

Oggi vado a trovare un altro amico carissimo. Operato ieri per la terza volta per un tumore. Con lui ho molte cose in comune, dall’età alla separazione subìta, all’Abruzzo. Ci prendiamo sempre in giro come fratelli veri, anzi più. Lo trovo seduto, con la morfina. Più che un bronzo di Riace pare un bonzo: cerco di farlo ridere, ma anche volendo non può. Però mi sorride. So che è dura. E le parole non servono. Ridondano.
Mentre sono lì arriva Mario, altro amico un po’ più avanti di noi (in tutti i sensi). E vengo a sapere del suo tumore, anche lui, con cui convive da tempo e che sta lì, fermo. Dice che vive con una bomba ad orologeria dentro. Prima o poi esplode. O forse altro farà prima di questa bomba. Di una serenità disarmante. Siamo in altra dimensione. Leggerezza. Il tempo è fermo.
Penso a mia madre, che sopravvisse poco a papà, anche lei con tumore. E so bene di essere pure io "soggetto ad alto rischio". Ho coscienza piena del mio orologio.

Tra ieri e oggi è in corso uno sconvolgimento, dentro. Esco da una fase difficilissima e mi ritrovo - miracolato - ad avere occhi nuovi. I turbamenti e le ansie di questi tempi recenti prendono luce, trovano un senso.
La certezza del mio errare solito: nei modi, non tanto forse nella sostanza. Essì, so bene che il contenitore può guastare il contenuto. Nella comunicazione sono entrambi importanti, anzi. Ma io continuo da imperterrito figlio del ’68, che brucia la forma per lasciare la sola sostanza.
E inevitabilmente tardi giungo a ricordarmi degli insegnamenti di Paolo, l’apostolo delle genti: se anche avessi tutto e tutto fossi… e non ho la carità? Cembalo sonante!

Tutto dissolto pare, stasera.
        "E subito riprende 
         il viaggio 
         come 
         dopo il naufragio 
         un superstite 
         lupo di mare" 
...

(Foto mia, Sangro River War Cemetery, aprile 2016)

giovedì 7 aprile 2016

Dovevo dire

Stamani, in dormiveglia, ho avuto un flash. Mi son ricordato di cose scritte tanti anni fa e che non ho condiviso con voi qui sul blog. Grave! 
Era il gennaio 2009, ed ero di ritorno da un Convegno di Separati a Castelgandolfo. Con le ferite freschissime, credo di essere intervenuto più volte, e al ritorno scrissi queste righe, inoltrate poi ad amici che erano presenti.

Domenica scorsa, quando sono intervenuto al Convegno dei Separati, stavo molto elettrico, perché avevo tante cose da dire, da condividere, donare, e invece ho fatto un intervento quasi inutile, rispetto a quanto volevo. Mi sono riascoltato, ed ho ricevuto una bella lezione per il mio orgoglio.
Volevo essere trasparente strumento dell’Eterno, e invece: il mio parlare romanesco, magari simpatico, ma certo impossibile per i traduttori. Che deve evolversi in italiano.

E poi:
Dovevo parlare delle mie notti, di come il silenzio e la solitudine siano strumento di Dio, di come il tempo che corre è quasi Dio stesso, quando permette di innestarsi nella Storia.
Dovevo dire che la Storia supera la fantasia degli uomini.
Dovevo dire che la notte è il momento più traumatico per un abbandonato, specie all'inizio, ma forse peggiora pure. E ora dormo sereno. E la fede mi è implosa nelle notti di abbandono: grazie alla mia sposa.
Dovevo dire che le mie giornate scorrono veloci, con tantissime attività, dal teatro alla cucina al video alla fotografia. E la noia, “pane secondo dell’uomo”, mi è estranea.
Dovevo dire che possiamo aiutarci davvero, che siamo un corpo solo, che il dolore è nulla confronto alla libertà che poi ne nasce.
Dovevo dire che si può vivere nella libertà dal male che si subisce, e anche da quello magari compiuto: la libertà dei figli di Dio, di chi sa di avere un Padre che ti ama comunque.
Dovevo dire che il cuore di Dio contiene i cuori nostri e di tutti coloro che ci hanno abbandonati, seguendo magari sogni bambini, in cerca di se stessi e di gioie impossibili.
Dovevo dire che la felicità è altro da quel che tanti pensano di trovare altrove, nella terra nemica del demonio che annienta.
Dovevo dire che se noi siamo nel dolore, altri stanno forse peggio: chi fa il male, sta male, e certo non trova felicità; e chi fa il bene può stare bene dentro, perché esiste un ordine superiore delle cose, che travalica le nostre miserie.
Dovevo dire che più amo la mia sposa, più ne sono innamorato: una specie di “a chi mi ama mi manifesterò”. E “questo lo fa l’amore”.
Dovevo dire che “la morte si sconta vivendo”, e che magari siamo già quasi in paradiso, dobbiamo solo acquisirne coscienza.
Dovevo dire che l'amore è amare, oltre sé e il proprio dolore, e non: aspettare l'amore altrui.
Dovevo dire che il dolore dell’umanità è il mio, che lacera anche la mia anima: tutti siamo un solo corpo, inscindibile. Ovvero: “ciò che mi fa male è mio”.
Dovevo dire che stiamo vivendo una poesia, lacerante e dolorosa, ma poesia dell'anima, vera, eterna.
Dovevo dire che bisogna coltivare la fede nel disegno di Dio sulla coppia che, in un equilibrio umanamente forse impossibile, certo non muore con una sentenza di tribunale o una distrazione carnale.
Dovevo dire che quel che conta nella vita non è ciò che sente il cuore, ma stare nel cuore del Padre. Ovvero nel suo disegno.
Dovevo dire che il disegno del separato è perdere il progetto del proprio matrimonio “realizzato”, per un progetto nuovo, un amore più grande. Perdere Dio per Dio, essere Maria nel presente dolorante, che vede il demonio vincente. In un equilibrio nuovo, accettare l’inferno che avanza. Let it be. E rimanere fedele.
Dovevo dire che tutti i nostri occhi saturi di lacrime gridano vendetta al cospetto di Dio, la vendetta d'amore di Gesù sul Golgota.
Dovevo dire che l’amore non è Hollywood, ma Gesù che si immola: “questo è il mio corpo, offerto in sacrificio per voi”, e questo siamo noi per chi è “carne della mia carne”. 
Dovevo dire che, comunque sia, tanti nel mondo vivono baratri ben più grandi dei nostri.
Dovevo dire che le nostre voragini, nell’anima, sono solo degli immensi contenitori dell’Amore di Dio, se gli permettiamo di entrare.
Dovevo dire che son cresciuto più in questi due ultimi anni che nei quaranta precedenti.
Dovevo dire che sin da giovane avevo anch’io chiesto “dammi tutti i soli”, e che ora ci sono in pieno, “sole” tra i soli, ad illuminare queste tenebre soffocanti. Sì, siamo soli di solitudine, ma possiamo essere al contempo “soli” che illuminano e scaldano. Coincide.
Dovevo dire che il Corpo mistico esiste, che il nostro morire non è inutile, se innalzati da terra: il motore vero della Storia.
Dovevo dire che non cambierei la mia vita con nessuno al mondo.
Dovevo dire che Dio è Amore, e certo non manda prove superiori alle capacità.
Dovevo dire che senza Dio non è possibile manco la serenità, figurarsi essere felici.
Dovevo dire che ho urlato al cielo, e non si è mosso. È accaduto molto di più, Paolo che si converte.
Dovevo dire che mi son tagliato tutto, casa, telefono, internet, televisione, in un eremo. Solo, concentrato a crescere dentro, senza appoggi.
Dovevo dire che amiche mi ritengono un marziano, raro caso al mondo, e i miei figli e tutti mi premono: “devi trovarti una donna”.
Dovevo dire che il tempo “da soli” che pare sprecato, è tale solo se vissuto senza Dio, che invece eternizza ogni istante.
Dovevo dire che mi sento come coloro che scoperchiarono il tetto per farci passare il paralitico e calarlo alla presenza di Gesù, per farlo guarire. La fede cieca e invadente.
Dovevo dire che uno solo è l'Amore, e il nostro matrimonio cristiano è lì dentro, che Gesù Abbandonato è l'unico bene.
Dovevo dire che a noi più che ad altri Dio sta chiedendo di essere misericordia pura, ovvero il Padre della parabola del figliol prodigo. Ovvero: amare col cuore di Dio.
Dovevo dire che la Carità, quella che eterna dura, “è benigna e tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta, tutto ama”.
Dovevo dire che “il mondo passa, e la sua concupiscenza pure, ma chi fa la volontà di Dio dura in eterno”.
Dovevo dire che bisogna giungere a vivere la vita e leggere la Storia con gli occhi di Dio.
Dovevo dire che Dio solo è vero, e che le lusinghe, le sirene che incontriamo ogni giorno sono solo fatuità, sono già svanite. Solo Lui è realtà. Il resto è nulla, “vanità della vanità”.

Queste ed altre cose dovevo dire, che sono la Grazia che sto vivendo in questo tempo, ed ho certo mancato. Potrei pure pensare che non era il momento, non era il caso. Ma invece so che devo pensare che questo mio ennesimo errare altro non è che Lui, ancora, sempre.
Il Dio Abbandonato e bello dei miei sedici anni, sempre Lui.
E allora: un altro importante passo nella salita verso la vetta, un altro motivo per dire, ancor più: “Sei Tu Signore l’unico mio bene, e nel mio errare sempre Ti trovo. Grazie”.

(foto mia, lago Trasimeno, marzo 2016)

mercoledì 9 marzo 2016

Mai dire mai


Fiori rosa, fiori di pesco…cantava Battisti. 
Questa foto è di oggi: il mio pesco bianco, già in fiore. Già stanotte, o a brevissimo, potrebbero i fiori morire, ché la rinascita sta in forte anticipo e le temperature notturne scendono ancora sotto lo zero. E tutto questo dice che la primavera è qui, l’inverno sta andando.
Un inverno durissimo e freddo. Non l’inverno reale, meteorologico, che anzi è stato di un caldo anomalo, ma l’inverno mio personale di questi mesi. Credevo di aver lasciato alle spalle gli inverni peggiori, e invece: mai dire mai.

Non mi stupisco, anche se sono stanco. Ma questa la vita, lo sapevo: una scalata continua, incessante, inarrestabile, e certo non vorrei tornare indietro. Sarebbe discesa, ovvio, ma la meta è in alto. Tocca salire e la montagna non è come una vacanza passata su una sdraio sotto un ombrellone d’albergo nel caldo sole ferragostano di nota località balneare.
Sono avvezzo al sacrificio, d’altronde a casa mia l’ho sempre respirato e anzi non saprei vivere di rendita. Ma pure qui: mai dire mai.

Qualcuno mi dice che sto nel mio matrimonio per puntiglio verso mia moglie, e non certo per Dio. Carino, sapere quello che nemmeno io so. Ma ho imparato a fare di ogni ostacolo una pedana di lancio. Ho fatto un esame dei miei pro e dei miei contro. E alfine: ringrazio di cuore.
Certo: ci sono un centinaio almeno di buoni motivi “umani” per stare dentro il mio matrimonio, e ve li risparmio. Però ci sono almeno due centinaia di ottime motivazioni per venirne fuori, girare pagina, trovarsi un’altra donna, rifarsi una vita, ecc, ecc.: come tutti consigliano e fanno.
Facendo una sommatoria tra i meno e i più resta in piedi solo Dio. Che il resto è fumo. E pure qui, certamente: mai dire mai.

E questo matrimonio in cui ancora vivo, e sempre più tale mi pare, checché se ne pensi, è la cosa più importante della mia vita, così come la mia sposa è la persona più importante. Non facile un matrimonio senza reciprocità, in questa solitudine a volte gelida. Ma nessuno mi aveva promesso rose senza spine. E le rose ci sono, e sono pure belle! Il 22 gennaio è nato il terzo nipote, è arrivata una bimba. Tutti dicono che mi somiglia, ma io non so e poi non conta.

Chissà cosa sarà di queste creature, che io partirò, ad un certo punto. E ancora vorrei esserci, e stare nei loro pressi… Sere fa a cena, il nipote “grande”, che a breve compie cinque anni (il mio stesso giorno!)… si parlava della morte, chissà perché, e mi fa: “Nonno, poi tu quando muori vai vicino a Gesù!” Eh già, speriamo. Potrebbe essere che poi magari sto nei pressi ancor più, no? Ci terrei proprio.

Manco da queste pagine da tanto, troppo tempo. Un blocco, presumo salutare, ma comunque non idoneo al portale di un quotidiano web. Mi è stato impossibile chiudere le pur tante pagine iniziate.
Sono cinque anni che sto linkato dal portale di Città Nuova, sono arrivato a 111 post, ho avuto decine di migliaia di visite. A tutti sono grato, dalla mia sposa - motore interiore perpetuo, agli amici della redazione, all’ultimo sconosciuto remoto lettore (a proposito: un grazie agli amici fuori dall’Italia, a tutti, ma in particolare ai più assidui: dagli USA e poi dalla Russia).

Tutto (quasi tutto!) ha un termine. E questo blog, inevitabilmente di nicchia, non può durare nel tempo, così. Assieme al mio Cammino per Santiago de Compostela (ove sogno di tornare, magari l’anno prossimo, nel decennale), è stato una tappa importante del mio vivere e forse deve solo evolversi: in cosa non so. Intanto cessa il link sul portale della rivista. Riprenderò a scrivere, presumo, ma non so quando, né come, né cosa. 
Chi vuole può continuare a trovarmi qui > http://in-separabili.blogspot.it/ e a breve sul nascente sito web > www.paoloricci.net.
O comunque scrivermi > inseparati@gmail.com.

Eppoi, devo dirlo: ho lavorato la prima volta dentro la redazione di Città Nuova che avevo 20 anni. Successivamente, ancora, in altri momenti. E chissà cosa ci riserva il futuro… anche in questo: mai dire mai.

Mi piace chiudere questo scorcio di esistenza con questa piccola (grande!) cosa, che ho trovato su youtube (e un grazie di cuore a chi lo ha inventato, youtube). Una grande attrice italiana, Lella Costa, che legge un breve passo di Italo Calvino da Le città invisibili: Marco Polo parla a Kublai Khan.
Lo trovate > qui: 39 secondi che illuminano gli abissi.

(foto mia, Umbria, marzo 2016)

giovedì 19 novembre 2015

Fallimento?


Provo a rispondere a questa domanda rivoltami da unknown qui sul blog, il 23 ottobre. Ho iniziato subito a rispondere ma poi sono stato preso da altro scrivere che, purtroppo, urgeva di più. Chiedo scusa del ritardo.
…………………….
"di certo in questo film in cui vivo sono stato posto dalle scelte della mia sposa, che ben altro io avrei desiderato nella mia vita"
La responsabilità del fallimento del matrimonio può essere di uno solo degli sposi?
Non credo e sono sposata da 37 anni.
……………………..

Carissima unknown, bella la questione, molto intrigante per me risponderti.
Naturalmente dirò il mio punto di vista, che nasce dalla mia vita. Però è quanto chiedi, a me proprio. Ho con fatica imparato a non assolutizzare. Non esiste ricetta valida per tutti e comunque. Guai a entrare nella coppia e pontificare. Son sempre migliaia le sfumature che distinguono una storia da un’altra.
Parto dall’esperienza di credente, ma presumo si possa ben estendere: dipende solo da chi sei, dentro. A prescindere dal tuo rapporto con l’Eterno.

In genere gli esperti dicono che la responsabilità dei problemi all’interno della coppia è da dividersi sempre, o quasi sempre, fifty/fifty, con le dovute possibili varianti. E questo penso di poterlo condividere ampiamente, e io mai parlo di colpe ma, come te, di responsabilità: la colpa è figlia della malafede, la responsabilità può dipendere da tanti altri fattori. Proviamo a vedere positivo, sempre e comunque.
Poi ad un certo punto della vita magari accade che uno dei due decida di chiudere il matrimonio, voltare pagina (e per lo più nasce da distrazioni altrove, come tutti - quasi tutti - ben sappiamo).

E qui la responsabilità per la maggior parte se la deve addossare chi decide la chiusura, specie se l’altro è disponibile a ricominciare. Perché ricominciare, cambiare, crescere, in genere potrebbe, dovrebbe essere possibile. Anche se mi pare ci siano tante eccezioni, situazioni molto gravi. Ad esempio, la Chiesa ritiene che in contesti particolari il separarsi sia il male minore, quindi pure consigliato.

Citi le mie parole. Penso sia chiaro che sto vivendo di rimessa, ovvero in base alle scelte della mia sposa. Non pensavo proprio di giungere a tanto, specie col mio carattere. Pensavo che l’amore fosse l’azione, l’accudire, il fare, lo stare vicino. Credo di aver pure soffocato, per quanto in buonafede. Perché lo “amare il prossimo come sé stesso” come principio è naturalmente eccellente, ma poi sarebbe da aggiungere, specie nel rapporto di coppia: “nel modo in cui il prossimo desidera”. Perché qui sono possibili enormi svarioni, se non ci si mette nei panni del coniuge: essere l’altro, un po’ come accade dentro la Trinità, direi.
Il “come”: termine di paragone, e quindi modo di amare, deve essere l’altro: come il coniuge si amerebbe. E quindi io divenire l’altro che si ama come desidera…

Col tempo, la distanza, il sangue, ho compreso che questo qui è l’amore ancora più grande. Questo è “l’amore di Dio”, l’amore che si sta chiedendo a me e a tanti, per lo più invisibili. Arrivare sino in fondo, tutto accogliere, tutto tollerare, tutto amare.
E quindi Maria sul Golgota: chi più separata di lei dall’amato?

Tu ti dichiari non credente. Ma se non credi, e stai sotto la croce comunque… mi sa che è ancora più grande l’amore! E questo solo conta, no?

Poi avrai letto che il termine “fallimento” non mi piace proprio.
Qualche anno fa venni invitato ad una tavola rotonda dinanzi a centinaia di fidanzati. C’era con me l’avvocato esperto in cause di nullità, c’era la psicologa esperta di relazioni di coppia... e io? Lì mi resi conto che ero esperto in fallimenti: e così mi presentai. Un po’ di sconcerto, e pure risate, perché nessuno poteva immaginare questa presentazione. Ma era ed è vero: fallimento del mio amare, fallimento dei miei sogni, fallimento dei tanti bei progetti. E quindi esperto reale della vita di coppia: in negativo, ma sai tutto alfine, e puoi pure passare il tuo know-how… al positivo!

Fallimenti tanti, ma non del matrimonio, no. Tanto è vero che ci sto dentro, seppur senza reciprocità. Perché ci credo, perché lo voglio. Perché ho un’immagine alta della mia sposa, perché so chi ho sposato.
E alla fine quel che conta è come Dio vede l’uomo, come vede la donna. Il suo progetto “soprannaturale”. E quindi arrivare, se possibile, ad inquadrare le cose nell’ottica divina: Dio rimane fedele al suo disegno, al suo Amore. E in questa dinamica sempre, sempre ricominciare, imparando, se possibile, qualcosa dagli sbagli.
Mai è troppo tardi per l’amore.

(foto mia, Barcelona 2014)

lunedì 26 ottobre 2015

Le noci

Quando stavo per acquistare questa casa, le tante perplessità vennero alfine risolte dalla presenza di due alberi di noce. Belli, imponenti, ombrosi. Proprio a ridosso della casa. E così son divenuto un micro-coltivatore di noci. Quando va molto male, come lo scorso anno, quando meglio come quest’anno.
E questo raccogliere noci, oramai da qualche settimana - dato che vengono giù quando si ritengono mature, ciascuna coi suoi tempi – proprio di recente mi ha indotto una riflessione, seppur davvero banale: accade che passo a vedere sul terreno, raccolgo quel che trovo, torno poi indietro e vedo altre noci che già prima evidentemente stavano lì. Poi ripasso, e ne trovo altre ancora.
Buffo assai, ma spiega bene la vita: a volte è solo questione di punti di vista, di momenti, e pure di luce: basta spostarsi, muoversi, e si vedono cose che ti stavano comunque sotto il naso.

Di recente c’è stato l’anniversario dei dieci anni: dieci anni dalla svolta epocale del mio esistere. E nulla allora avrei scommesso sulla mia sopravvivenza. Perché accadono cose che nella vita non dovrebbero accadere: non le immagini proprio, non le metti in conto. Forse nemmeno sono giuste. E certo sai di essere inadeguato, proprio non capace.
Se guardo la mia vita passata devo per forza constatare che son cresciuto più in questi dieci anni drammatici e soli che nei cinquanta precedenti. Ho dovuto smuovermi, risolvermi dentro, aggiornarmi di continuo, adeguarmi a quanto la storia - ovvero le scelte della mia sposa - prepotentemente mi offriva come chance.
Mica facile, eh! Però come non vedere che molto spesso interviene “altro” da te, situazioni, cose ben lontane che però aiutano e risolvono? Perché vivere soli, specie quando non ci sei proprio portato, e col dolore dell’abbandono, non è come passeggiare in un parco in fiore, in una dolce mattinata primaverile.
Ad un certo punto mi son accorto che facevo “di ogni ostacolo una pedana di lancio”. Meccanismo che ben conoscevo da tempo immemore. Ma che ho dovuto perdere per poi ritrovare moltiplicato. 

Debbo confessare che trovo irritante leggere qui e là: “matrimonio fallito”. Qualcuno ha provato a dirlo del mio, ed ho dovuto farmi sentire. Fallito? Questo è matrimonio pieno. Forse un poco “diverso”. In questo sì, che i tempi son cambiati. Nel pensare al matrimonio come ai tempi prima del ’68: che rimane in piedi comunque, ed alternative non ve ne sono. Oggi pare tutto il contrario, ma il matrimonio cristiano non termina, e non è fallito, mai.
Cambia forma, è liquido. Ma vivente, si adatta, si conforma. Così vivo io, così viviamo in tanti, anche se i media ci ignorano. Ma non servono riflettori puntati: non si vive così per gli uomini o per la ribalta.
Sono comunque storie di dolore (e chi vuol sentirne?) pure se - parzialmente - risolto.
La scissione persiste, ché se è vero che i coniugi cristiani divengono un sol corpo, come altrimenti vivere la spaccatura del corpo coniugale, quasi direi come il Sabato santo di Maria nell’attesa della Resurrezione del Figlio?
Il separato: lui risorto "già, ma non ancora" insieme, nella “sola carne” ricomposta…

Un tempo si diceva per sempre, e in qualche modo doveva esserlo.
Un tempo si prometteva l’amore, e in qualche modo ci si costringeva a viverlo (ah… e chi parla più di sacrificio?).
Un tempo ci si impegnava per sempre, oggi è finché non ti distrai.
Un tempo l’abbandono del tetto coniugale era reato, oggi è acqua fresca.
Un tempo si diceva adulterio ed oggi “rifatti una vita”.
Un tempo l’adulterio era punito, oggi viene incoraggiato.
Un tempo il rapporto uomo - donna era uno scrigno chiuso, geloso di sé, oggi aperto ai venti di ogni dove.

Si chatta, si whatsappa, si facebookka, e tutto porta sempre più lontani dalla propria vita. Ho visto cose che sarebbero ridicole (da ridere) se non fossero drammatiche. Ma tutto funziona, purché porti lontani dal proprio reale, dal presente in cui si sta male.
Invece di ricostruire la propria storia ogni momento, ricominciare daccapo che è il solo modo di vivere sano, cristiano e non, si azzera tutto in vista di nuova felicità.
Che poi magari, passata la fase iniziale, riporta nella tristezza e fa ricominciare daccapo.
Come il vento del deserto che muta continuamente l’orizzonte, la vista, il presente. Nulla dura più.
E noi invece qui, sparuta, isolata, sbeffeggiata schiera: a dire che l’amore (l’Amore) per quanto liquido, è possibile, più che mai.
Ah, dimenticavo, pure gli umani son come le noci: ciascuno ha i suoi tempi di maturazione.

(foto mia, Finisterre, Spagna 2007)

sabato 17 ottobre 2015

Una corrispondenza attuale che viene da lontano...

Correva l’A.D. 2009: perciò solo sei anni or sono, anche se mi pare un secolo. Avevo casa sottosopra, si stava rifacendo il tetto, quindi era tutto concentrato al primo piano, in un caos notevole.
Una sera lessi sul sito del Corriere della Sera questo articolo di Isabella Bossi Fedrigotti > (click qui x vedere articolo)
Beh, dal mio eremo scombussolato nonché osservatorio particolare sulla questione, ci stava di che intervenire. Cominciai a scrivere, limare, ritoccare. Poi andai a dormire, era tardi. Al mattino molto presto chiamai un amico giornalista, mi serviva un parere. Lo svegliai, e gli lessi quanto avevo scritto. Lui rise e mi disse: “manda, manda!” Ritoccai ancora alcune parti, e inviai alla giornalista.
Questo il testo della mia email (21 maggio 2009):

Gentile Signora Isabella,
leggo il suo generoso intervento sul Corriere, e mi permetto di intervenire, sentendomi chiamato in causa: perché sono uno dei, presumo pochi, folli sulla terra che, essendo stato abbandonato dalla propria sposa, vive una situazione di matrimonio bianco.
Sono semplicemente un uomo che cerca di vivere il Vangelo, soffrendo nella propria carne altrui scelte, ma era già tutto compreso nel pacchetto matrimonio: nella buona e nella cattiva sorte, rimango a te fedele… e purtroppo la cattiva sorte si presume sempre tocchi ad altri.
Lei auspica che la religione sia per l'uomo, finalmente, e non l'uomo per la religione.
È senz’altro da condividere, al primo impatto… ma ho l'impressione che sia posto male il quesito.
Non credo che la religione sia per l'uomo e manco che l'uomo sia per la religione.
Da uomo della strada penso che la religione sia incontrare il Dio vivente, e vivere in Lui. Per cui: molto più che per l’uomo!
Forse da tante parti è vero che si condanna per un divorzio, persino subìto.
Questa non è certo la Chiesa, ma solo esacerbazioni di uomini di Chiesa. Che magari necessiterebbero di adeguata formazione sulla realtà della famiglia, e del suo ambito.
Nel matrimonio guai a parlare di condanne, di giudizi. Nessuno può sapere, né giudicare. Manco Dio condanna, e chi si permette tanto? Ma questa gente ha mai sentito dire della Samaritana? E del Figliol prodigo?
Però è vero che si fanno delle scelte, e di queste poi si vivono le conseguenze.
Le dico serenamente che se un giorno dovesse cambiare qualcosa nella mia vita, ovvero abbandonare nel mio cuore la mia sposa, sostituendola con altra, non starei certo a chiedere alla Chiesa di giustificarmi o accogliermi. Avendo ben chiaro che la mia scelta mi pone automaticamente in altra realtà. Ma come potrei poi avercela con la Chiesa, che non mi consente l’Eucarestia, unico sacramento da cui sarei escluso? Al limite potrei solo avercela con me stesso.
E guardi che vivere soli non è facile, lo dico con cognizione di causa, dato che dormo solo oramai da oltre duemila notti.
Ho quindi scelto di vivere nel mio matrimonio, ora più che mai. Ma vale la pena questo sacrificio? La risposta è una sola: se Dio esiste, sì, se invece non esiste è pura idiozia, sto sprecando la mia esistenza. Ma se Dio non esiste allora non serve nemmeno ragionarci sopra, non parliamo manco di Chiesa.
D'altronde il creare nuove relazioni, seppur conseguenza e non scelta, avendo la sola propria coscienza come termine di paragone, magari in perfetta buona fede, non può indurre la Chiesa a fare da notaio di un mondo che è cambiato.
Specie oggi, in cui tutto pare soggettivo, meno male che sopravvive qualcuno che si ostina ad affermare che la Verità esiste. E la Chiesa è ben altro che una congrega di pie persone, come vorrebbe far intendere qualche buon anziano sacerdote.
Per fare un esempio, esagerato ma chiarificante: ipotizziamo che un giorno buona parte della società viva di schiavismo, di razzismo, o altro che noi oggi tutti condanniamo: cosa dovrebbe fare la Chiesa: allinearsi e benedire, dato che è cambiato il comune “sentire”?
Il Male esiste, lo abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni, basta scorrere le notizie.
Ma se esiste il Male, esiste dunque pure il Bene…
In questi tempi mi sono posto anche domande più grandi di me, come quelle dei bambini, a cui rispondeva il catechismo di una volta in maniera molto nitida: a cosa serve la vita, chi è Dio, perché si nasce, perché esiste il dolore, cosa è amore.
E le assicuro che le risposte in questo oceano di dolorosa silente solitudine non sono state facili, eppure non mi lasciano dubbio alcuno.
Questo vivere non è forse seducente, ma è quanto ha deciso la mia sposa per la nostra famiglia.
Paolo Ricci (di certo: non un “fedele tradizionalista”)
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Naturalmente la mia voce dissonante (voce che grida “dal” deserto?) non ebbe diritto di pubblicazione. Anzi, a pressare ulteriormente, venne pubblicato un articolo in cui Gerry Scotti narrava le sue vicende che a me parvero non entrarci affatto.

La signora Isabella mi inviò comunque una cortese mail di risposta:
Bella la sua lettera, però il mio discorso non era per i santi uomini, bensì per tutti gli altri poveracci che soli, invece, non ce la fanno a stare. 
Un cordiale saluto, Isabella Bossi Fedrigotti 

Iniziai a scrivere una seconda lettera. Mi dava fastidio quel “santi uomini” che non mi riguarda. Io sto dall’altra parte, sono uno dei poveracci. E io ce la faccio a stare solo? Se qualcosa mi riesce non dipende da me, assolutamente. Io sono capace solo di danni, oramai lo so bene.
Ero un pezzo avanti con la seconda lettera, ma lasciai correre. Rischiavo di entrare in un vortice di polemica che comunque non avrebbe prodotto nulla di positivo.

Sto risistemando la mia posta degli anni passati - sono migliaia di mail, e ci vuole tempo.
E proprio ieri, casualmente, mi è finita sotto gli occhi questa corrispondenza. Sono andato a rileggere e quel “casualmente” mi si è illuminato, spiegato. Toh, la questione è apertissima, è l’argomento del giorno!
Stavo in anticipo sui tempi? Non so, di certo in questo film in cui vivo sono stato posto dalle scelte della mia sposa, che ben altro io avrei desiderato nella mia vita. Ed ho capito che devo vivere questa separazione come Amore di Dio, che solo questo è. E quindi fare la mia parte, che in questo contesto significa: dire quello che vivo e come vedo queste realtà. Per cui alla fine ecco questo blog, e questo mio interventismo che mai pare calare di tono.
Ma altro non posso. E non l’ho scelto io. Io solo cerco di essere coerente con la mia scelta di Dio, che è la cosa che più conta della mia esistenza.

(foto mia, monte Subasio 2008)