mercoledì 5 aprile 2017

E chi poteva immaginare?

Accade, pure.
Andare al funerale di una signora cui era legata più la tua sposa che te, e con una sorta di delega a rappresentare. Maria Teresa, una donna grande, una che amava coi muscoli, ora nel seno del Padre, in eterno. E qui, ora, a noi da presso.
Accade, pure.
Avere, lì, accanto alla sua bara, la certezza che quel che ti lega alla persona più amata è molto molto più di quanto te ne separa, ammesso che esista qualcosa che possa separare. Alla fine, sei tu che decidi, è la tua vita a scegliere tra il bene e il male. Tra l'unito e il diviso.
Accade, pure.
Andare a dialogare con giovani in procinto si sposarsi dinnanzi a Cristo, dire del proprio vissuto e dire del paradiso possibile sempre, con o senza reciprocità.
Accade, pure.
Che ogni notte pare giungere subitanea che il giorno era appena cominciato, che il tempo pare non bastarti mai, che infine sempre nel tuo presente prosegui il dialogo con l'Eterno.
Accade, pure.
Alzarsi ogni mattino sapendo di essere un miracolo che ancora si perpetua, di nuovo, in luci e ombre, in canti e in silenzi inenarrabili. Umano, semplicemente profondamente drammaticamente umano.
Accade, pure.
E poi, dopo giorni, alzarsi un mattino e sentirsi dentro cantare di nuovo come a quel funerale: quando busserò alla tua porta, quando chiederai il mio nome, una sola parola: grazie! Ecco, solo grazie. Chi poteva immaginare?
Accade, pure.
Dopo anni in cui è avvenuto quasi di tutto, anche con terribili e giustificabili tristezze, stare qui, all'eremo, in una notte come tante a scrivere. Tra telefonate con amiche e messaggi whatsapp con i figli sparsi sulla terra, scrivere povere righe per tentare di dire del cuore di questa epoca.
Tutto finirà, tutto. Nulla resiste, il tempo vince sempre.
Solo il presente vissuto in Cielo dura.
Solo il presente diviene eterno, se già ora nel cuore dell'Eterno.

Come sognavamo cinquanta anni fa, ma forse ancor più, molto più.
(Ma erano sogni, e i sogni di solito non si realizzano... dice!)
E chi poteva minimamente immaginare tanto?

(foto mia, Umbria - Brufa 2016)

sabato 11 marzo 2017

Tramontana di marzo

Cronaca di una giornata pienissima. Un sabato che merita ricordo.

Freddo pungente di marzo, con una tramontana notevole. Vado a camminare, un bel giro con parti sconosciute. Al ritorno poto il glicine che ho sotto casa, esposto a sud, che cresce e tende a strabordare.

Nel pomeriggio cerco il contatto whatsapp di una cara amica che non sento da tempo. Che fine avrà fatto? Vedo che ha cambiato foto. Ingrandisco e resto a bocca aperta. Ha tolto quella recente, sta con i due figli bambini, la piccola appena nata. E lei stessa una bella bimba. Evidente che il marito stava dietro l’obiettivo. Una famiglia felice, al top. Come non rimanere ammutoliti, al constatare tanta felicità che oggi pare decisamente svanita? Separata, in una situazione abbastanza complessa. Penso alla vita, ai dolori impensabili, alle gioie che a volte manco più sono un ricordo.

Nei giorni scorsi su un muretto ho visto dei fiorellini di pochi millimetri. Mi arrampico per fotografarli, e ad ogni scatto debbo attendere che il vento cessi di soffiare, anche per pochissimo. La foto è qui sopra, ne valeva la pena.

Mi inviano il link ad un intervento interessante del prof. Zamagni, e youtube, sotto di questo, mi propone video sulla felicità, ed altro. Vado a vedere. Rete TEDx, mi informo pure di cosa sia. Ma resto impietrito dinanzi ad un signore che parla di felicità promuovendo risate, e che nei commenti è definito maestro di vita. Non riesco a vederlo tutto.

Passa mia figlia con i due giovani maschi, baldanzosi e bellissimi più che mai. Nonno, cosa hai da farci mangiare? Hanno fatto merenda, ma rapidamente attrezziamo un pane tostato e olio. Nonno, perché non ci regali un po’ di noci? Ah le noci! stanno lì, poche e nemmeno buone, una pessima annata. Preparo una busta, che poi dimenticano di prendere.

Esco per andare a messa, chiamo un amico che so stare in fase delicatissima per i rapporti con la moglie, separata. Poi alla radio una notizia drammatica: a Palermo un separato, clochard - per sua scelta, dicono – è stato cosparso di benzina mentre dormiva dentro un cartone e arso vivo. Penso a quel “clochard per sua scelta”. Penso alla tristezza che la separazione inevitabilmente genera, che può sfociare in omicidi, suicidi, depressioni, angosce, notti insonni, tumori, vite irreparabilmente rovinate.
Ma penso pure alla grazia che vivo. Dieci anni fa ero sotto un autotreno, come si dice in gergo. Stavo per partire per Santiago, stavo per dare una virata al vivere, ma non ne avevo la minima cognizione. Non avrei scommesso un centesimo sulla mia sopravvivenza.

Eppure tutto è cambiato, orizzonti sconfinati che si aprono di continuo, un cuore che, coi suoi ovvi limiti, comunque in qualche modo palpita per l’umanità tutta.
Se potessi trarre una sintesi del tutto, dovrei dire che la cosa che più conta è trovare un equilibrio nuovo, dentro. Magari in Dio, che è certo il top. Tutto tende a Lui, per chi crede.
Mi son pure fugacemente chiesto della mia sposa, cosa faceva in quel momento. Nulla so, nulla devo sapere. Altrove. Eppure il cuore la senta vicina come non mai.

Torno a casa che è notte oramai. La luna è splendida, le stelle qui da me, all’eremo, nel buio vero e limpido, si possono contare. È freddo, ancora tramontana. La tramontana di marzo, che parla al cuore e parla di eterno, dice di Dio.
Qui, ora, suona il Messiah di Handel.
Il Dio che attera e suscita, che affanna e che consola, sulla deserta coltrice…”

(foto mia, oggi)

venerdì 3 marzo 2017

E i talenti?


Ho ricevuto una intrigante telefonata, da persona a me sconosciuta. Mi si chiedeva cosa c'è dietro le parole con cui ho chiuso il post del 5 febbraio, del perché, come la penso. Ma il mio è un ragionamento semplicissimo da uomo della strada, da pseudo credente quale sono. Sì, un errante incallito, ma con po’ di vissuto nel sangue e tanta voglia ancora di vivere il Vangelo in pienezza, come Via al Dio di Gesù.

Perché oggi mai si sente parlare dei talenti evangelici, almeno a quanto mi risulta.
Perché parlare tanto di misericordia senza relazionarla ai talenti mi sembra una lettura parziale delle parole di Gesù e del messaggio evangelico: a me appare molto chiaro, ma certo potrei sbagliarmi, ovvio. Mi risulta che alla fine della vita sarà chiesto non a tutti uguale, ma a ciascuno in proporzione a quanto ha ricevuto: questo mi pare amore di Dio vero, il padre che aiuta i figli a imparare a nuotare: chi in mare aperto, chi nella piccola piscina. Nuotare tutti, ma ciascuno per quello che può!

Tanti anni fa, più di 40, ricordo una fase della vita in cui ero davvero angosciato per il futuro “dopo la morte” di persone a me carissime. Ne parlai con Gino, un sapiente amico, e ricevetti la giusta pace: mi illuminò che Dio non chiede mai nulla di più di quanto la persona può, e può anche in base a quello che ha ricevuto e che quindi è. Eccola la chiave di volta, la misericordia vera.

La mia sensazione di oggi è che tanti rischiano di rimanere fuorviati dalla filosofia del "tutto è uguale", "tutto va bene" e quindi ci si adagia al minimo, a pochi talenti pur avendone magari ricevuti immensi.
Mi ritrovo a volte col cuore trafitto nel leggere in tanti occhi una nostalgia di Dio antica e drammaticamente vera e non recepire attorno alcuna possibile luce ad illuminare la via alla verità e quindi alla gioia che quegli occhi anelano.

D'altronde ragionare di talenti mi porta inevitabilmente a parlare anche di verità: la Verità che è l'altra faccia della medaglia della Misericordia, se stiamo parlando di Dio, del Dio cristiano e cattolico come lo abbiamo ereditato da 2000 anni di storia. Oppure è altro, basta saperlo.
So bene di essere un signor nessuno, non ho titoli particolari e forse per qualcuno dovrei pure tacere. Però non posso e forse non devo, in virtù proprio del mio vissuto, della mia età, della mia esperienza per quanto fallace. Ma è anzi proprio questo, l'aver conosciuto la “terra di fuori”, che mi obbliga a trarre conclusioni interiori che alla fine non posso non esternare qui con voi.

Dopo l'anno santo della Misericordia, cosa bellissima, presumevo ci sarebbe stato l'anno santo della Verità. Sono rimasto deluso! Posso dirlo? Sono il solito ingenuo, ma tanto oramai so che morirò così, ingenuo come bambino...

(foto mia, Umbria, marzo 2017)

giovedì 23 febbraio 2017

23 febbraio 2007

Il 23 febbraio dell'anno domini 2007 accadde qualcosa di terribile per me. Forse nemmeno tanto, oggettivamente e visto col senno del poi. Però in quel momento fu una coltellata in pieno cuore. Stetti male e ciononostante riuscii ad organizzarmi per la sopravvivenza immediata. Chiamai a Roma i miei amici Rosa e Leo e mi invitai ad un week end da loro. Un porto sicuro nella tempesta di quelle ore. Credo di aver parlato e straparlato, non si faceva mai notte, so bene cosa accade in queste circostanze. Ma importa soprattutto tirare fuori il male, come quando si deve espellere dal sangue il veleno del serpente prima che immobilizzi definitivamente. Loro erano, e sono, persone con un background unico e capaci davvero di tanto. Una delle tante grazie della mia vita. Persone giuste al momento giusto: ci si vede di rado, ci si sente poco, eppure siamo in sintonia perfetta e costante.
La domenica sera, dopo averli ammorbati per bene - in fondo qualcuna diceva (bene) che i pesi condivisi pesano meno - riuscii a risalire in macchina a fare il viaggio di rientro a casa. Un viaggio drammatico, ne ho un ricordo fortunatamente abbastanza vago.
Il lunedì al lavoro da me si festeggiava un pensionamento, a pranzo. Ricordo invece bene, qui, che ebbi un momento di profondissimo e assoluto vuoto, un senso di morte profonda sentendomi assolutamente estraneo alla confusione circostante, lontano dalla realtà, per diversi minuti credo di non aver avuto cognizione di chi ero e dove e perché. Non amnesia, questa l'ho conosciuta di recente. Era altro, indefinibile. Poi a casa ebbi una telefonata col mio angelo custode primario, Attilio. Ricordo solo alcune sue parole: "Paolì, fai qualcosa che ci stai rimettendo la testa". Sì, stavo un pezzo avanti, davvero. Fu un attimo: come sempre le cose importanti, le decisioni vitali balenano e si affermano all'istante, magari dopo tanto tentennare.
Da tempo accarezzavo l'idea, anzi il sogno, di partire per Santiago de Compostela. Devastato dentro, erano oramai diciotto mesi che dormivo una media di tre ore e mezzo a notte. Forse decisi nella notte, davvero in brevissimo.

Dal momento della decisione accadde il miracolo: cominciai a lavorare al progetto, solo questo nella testa, segretamente. Il resto pareva svanito: non lo era, però stavo concentrato su altro, e fu un bene. Cominciare a studiare orari dei voli, date possibili, tipi di zaino, verificare scarponi, racchette da trekking, torcia, sacco a pelo, cosa portare, cosa evitare, come abbigliarsi, non si finiva mai. Meno male che già esisteva il web: il know-how era alla portata di click. Caricai un vecchio zaino di volumi di enciclopedia per ragazzi, e andai a testare il mio cammino. Andavo in palestra regolarmente, fu tutto relativamente semplice. Poi cominciai a fare acquisti, serviva di tutto, magliette tecniche, giacca a vento, mantella, scarponi in Goretex. Poteva esserci neve (e ce ne fu abbondante), di sicuro pioggia (e fu tantissima). Passai quasi un mese a preparare, e fu l'inizio della salvezza. Presi i biglietti aerei e mi sentii libero.
Ero solo, come sempre e più di sempre, ma il cuore traboccava. (segue...)

Queste cose appena narrate credo di non averle mai descritte ad alcuno, così nel dettaglio. Ma è tempo oramai di dire.
Sono or ora andato a cercare il mio quaderno di viaggio. Non lo toccavo da anni, ma in qualche parte del cervello avevo ben memorizzato in quale angolo delle librerie risiedeva. A colpo sicuro l'ho trovato, alla faccia dei miei neuroni che a volte paiono non parlarsi tra di loro.
Mi sa che da questo quaderno scaturiranno altri post. In fondo, rileggere e con voi condividere dopo dieci anni mi pare un'avventura entusiasmante. Voglio ovviamente condividere la cosa più importante, ovvero la mia esperienza di Dio di quella fase della vita, che pareva l'apoteosi ma non lo era... il meglio doveva e deve ancora venire.
Di questo ringrazio qui, ancora e sempre, la mia sposa. 

(Foto mia, Barcelona 2014)

domenica 5 febbraio 2017

Scrivere è...



Arghhhh quanto tempo!
Quasi tutti i giorni mi dico che devo scrivere, ed ho pure scritto, ma poi non arrivo a chiudere. E invece devo. Se non altro per gli amici (oramai!) che da ogni dove cercano in-separabili su google. Cessato il link dal portale Cittànuova, già da tempo programmato, c'era da presumere un crollo verticale delle visite.
E invece ci sono cose che bloccano il respiro.
Come arrivare qui, stanotte, nel blog, dopo un po' di tempo, e curiosare nelle statistiche: verificare che in-separabili viene cercato e rintracciato tramite google, ma soprattutto vedere, come di recente, visite dalla Cambogia e dal Venezuela, o le tante visite dall'Ucraina, solo per citarne qualcuna.
Mi blocca il respiro e mi costringe a scrivere! Devo riprendere, con più energia di sempre.
Scrivere è credere all'amore, diceva la mia maestra.
Faticoso, doloroso, persino sanguinoso, ma può essere amore, un atto di amore estremo.
Condividere l'opera di Dio, che è comunque all’opera pure in questa vita mia fallace.

Sono tempi di grandi prove.
Un amico da Pescara, nei giorni delle recenti bufere nevose, forse anche effetto della tragedia in corso a Rigopiano, mi diceva del clima apocalittico che stavano vivendo in quei giorni, a cui pure il fiume contribuiva, straripando nella città. E appena fuori, in collina, metri di neve, giorni in cui il sole quasi non si alzava. E il cuore era inevitabilmente cupo.
E poi le notizie dall'Aquila: il terremoto insieme alla neve, tanta, come non si vedeva da anni. Il terremoto ti porterebbe a fuggire fuori, il freddo di costringerebbe a star dentro.
Inconciliabili: che fare?

Pare davvero in atto una sinergia del negativo, uno scatenamento senza precedenti, almeno a memoria di uomo.
Io, nel mio piccolo, qui nell'eremo ho vissuto momenti di grande gelo: terminato (senza preavviso, of course!) il gpl del bombolone, proprio nella fase di peggiore freddo. E son serviti quattro giorni di attesa per averne altro…
Ma l'inverno sta già svanendo, e le giornate cominciano ad allungarsi! Il tempo mi corre veloce, un nuovo lunedì giunge che pare appena terminato, il martedì nemmeno te ne accorgi, poi tutto di corsa, e ricomincia una nuova settimana. Forse appare una fissazione, la mia, ma questa (positiva) sensazione del tempo stringente mi porta a vivere “diverso”.

Ho appena rivisto un vecchio, magistrale film: Oltre il giardino. Un film che è una favola moderna, ironizza ma insegna, diverte e dà lezione di vita. Come non invidiare Chance Giardiniere, che passa per il mondo senza accorgersi, che ha un suo equilibrio (per quanto televisivo!), che è inscalfibile agli eventi a lui esterni, che "è", a prescindere da tutto?

Sto vivendo una fase di profonda sospensione, rendendomi conto di dover relativizzare tutto. Mica facile, per me: sto sempre dentro le realtà che vivo, in maniera a volte pure importante.
Giardiniere, ove sei?!
Ma forse no, preferisco questa mia coscienza dentro le cose.
Certo, il dolore ci sta, si tange, ma...

Una cara amica ha subìto un grave incidente. Mi narra di un suo sogno di stanotte.
Un padre, dall’alto di una scogliera, lancia due figli… il primo finisce in mare, sta immobile nell’acqua, poi prende a muoversi, nuota abilmente. Il secondo, più piccolo ancora… finisce in una piccola piscina. Poi il risveglio.
Toh! i talenti di evangelica memoria!? e chi ne parla più? solo un sogno, oramai?

sabato 19 novembre 2016

Demodè


Sono andato prendere i giovani leoni all’asilo: è per me sempre una meraviglia. E pure per loro, mi sembra. Poi pranziamo insieme e quando vanno a fare il sonnellino pomeridiano vado al supermercato. Sono le due del pomeriggio, siamo veramente in pochi. Mi sento osservato, e credo sia per il mio abito: so di stare vestito un po' “anomalo” e sarà questo, probabilmente.
Mi viene da ridere perché con i nipotini abbiamo appena scherzato sul mio essere vecchietto: sto con giacca e cravatta ed Enrichetto, che non ha ancora 4 anni, mi ha chiesto la cravatta: se posso regalargli la mia cravatta! E’ una cravatta “fuori moda”, colorata, un liberty sulle tonalità del rosso. Certo, gli dico che ovviamente lascerò le mie cravatte a loro quando morirò… ma anche prima posso regalarle, appena loro potranno utilizzarle.
Capita che parlo della mia partenza, prima o poi. Loro chiedono: “E pecchè mori?”. Tutto finisce, prima o poi. Solo Dio resta. Questa la sola spiegazione, almeno per ora. Ho detto anche che allora sarò sempre con loro: ma ne riparleremo, spero.

Ultimamente sto rimettendo le giacche che non usavo da qualche anno, e ci stanno buoni motivi. Intanto, mi piace. Poi è accaduto che sono calato abbastanza di peso, quanto basta per ritrovare la mia forma e mi sto godendo le cose che non potevo più indossare: come le camicie che non mi si chiudevano più e le giacche in cui non entravo… e di conseguenza le cravatte di cui ho una discreta collezione che risale alla notte dei (miei) tempi. Naturalmente sono tutte cravatte desuete, non allineate alla moda di oggi, nere, atone o simil-Marinella e ne sono molto contento.
Nel vestire, come in tutto il resto, ritengo sia normale che venga fuori quello che sono: io, e non quello che pensa l'ambiente, la moda, il mondo circostante.

C'è un antefatto correlato, anzi due.
Nove anni fa andai a Santiago de Compostela, solo, ovviamente. Ne ho scritto e ne ho parlato tanto (e continuo ad augurare a tutti di partire per il Cammino, come pellegrinaggio vero di sudore e sangue, e non come gita con il pulmino al seguito, che è tutt'altro).
All’epoca andavo pure in palestra e la domenica uscivo col CAI: pur se mai troppo impegnativo, utile per tenersi in forma. Poi in questi ultimi anni tutto ciò è passato in secondo piano, mi è divenuto difficile. Ed ero convinto che da solo mai avrei ripreso a camminare. Che in solitudine o in buona compagnia cambia parecchio: da solo mi era molto doloroso e per anni il mio corpo rifiutava il camminare.
Invece di recente, era fine maggio, ho ripreso a camminare da un giorno all’altro e non ricordo un momento particolare di decisione, non so nemmeno io come e perché. Così, una cosa naturale. Complici un paio di leggerissimi bastoncini di alluminio e carbonio da nordic walking, che sono stati di stimolo e aiuto concreto. Una cosa buona.

Ho rivisto Forrest Gump. Come sempre avvincente, lui dice “E io corevo corevo”… e io camino, camino! Contemporaneamente al camminare è stato automatico riprendere la dieta personalizzata di anni fa: le due cose sono andate in parallelo una aiutando l'altra, e d'altronde è sempre così.

Oggi al supermercato mi son sentito demodé e non mi ha sconvolto.
Mai ho cercato di essere alla moda, ma anzi sempre in un caparbio andare controcorrente sin dai miei quattordici anni, o giù di lì.
Anche se per la verità nei miei venti anni di deserto c’è stato un tentativo di adeguamento alle correnti, agli usi e costumi dei maschi italici: ne sono uscito con le ossa rotte, perché lì non vi era affatto felicità, anzi; e poi la vita è ben altro. Ma dovevo passarci per ritrovarmelo bene nel sangue, evidente.

Mi accorgo che questo essere demodé negli abiti lo è anche nel mio vivere, anzi forse ancor più.
Perché oggi nemmeno più nei convegni ecclesiali si ragiona, sì dà spazio, si mette in luce chi vive dentro al suo matrimonio seppur da solo, chi continua a credere al sacramento come la cosa più importante della sua vita, chi continua a mantenere vive le promesse fatte davanti a Dio e davanti agli uomini.
D'altronde già una decina di anni fa venni amorevolmente rimbrottato da una persona cara: “E basta con questi luoghi comuni (del matrimonio per sempre)!” Dovetti far presente che altri erano oramai i luoghi comuni, la massificazione imperante e progressiva. Ed io ero anomalo già all'epoca.
Questo essere demodé, che è poi vivere controcorrente, mi piace troppo: mi sa proprio che questo deve essere il Vangelo, che mai è stato alla moda, che sempre è stato scomodo, che sempre ha fatto gridare scandalo, e ancor più lo farà nei tempi a venire, nei tempi bui prossimi venturi.

Il mio amico Angelo, artista nel cuore e nel vivere, nel trarre consuntivi spesso ripete: “Io sto troppo indietro, o forse troppo avanti. Di sicuro non sto allineato”.
Ecco: proprio come me.

(foto mia, Umbria 2014)

lunedì 7 novembre 2016

E io pago?

Di  recente su youtube (grazie, come sempre!) ho visto un film di Totò che mi mancava: 47 Morto che parla. E lui è l’avaro barone Peletti che lamenta le sue spese, con il tormentone, ancora famoso dopo quasi settantanni: “E io pago!” (tra l'altro: memorabile la scena del macellaio).

E poi, del tutto casualmente, sempre su youtube, mi sono imbattuto in conversazioni intorno alle cose più importanti, ad opera di uomini di Dio. Uno di questi, padre Serafino Tognetti, ragiona su un pezzo di Vangelo che conosco bene ma scopro nuovissimo dalle sue parole.
Il buon samaritano, che dice: "Pago io!" qualunque cosa necessiti a quest’uomo, massacrato dai briganti, a me sinora ignoto: pago io, no problem! Incredibile, no? E chi glielo fa fare? Si fa fatica a pagare per le persone più care… e costui, uno straniero, paga per uno sconosciuto?
Mi viene da pensare, inevitabile, a quanti mi rimbrottano, seppur con affetto (ultima una mia cugina): “Paolo, smettila di vivere di lei! Basta, oramai, no?” Mi veniva da ridere: ma pago io! E se non io, chi paga per lei? Ma se non è questo il matrimonio (specie cristiano), cosa è mai? Un contratto che si disdice? Un rapporto a termine: l’amore è eterno finché dura?
E attenzione che il Vangelo parla di due persone che non si conoscevano… e il samaritano si prende carico dei bisogni altrui… questo è l’amore sommo, quello di Dio: ripasserò di qui e salderò il conto, pago tutto io, purché si riprenda, pur che è uno sconosciuto!
Certo, intorno a me accadono anche cose esattamente opposte: coniugi che si massacrano a vicenda a suon di cause in tribunale (e avvocati impinguiti).
Anzi, qualcuno parla di ex-coniugi… ma dal punto di vista di Dio, che onestamente credo sia il solo che mi interessa, se voglio essere cristiano, se il matrimonio non è nullo non si può dire: ex.
E pure il dire “famiglie ferite”: quante ce ne sono che paiono unite e dentro sono un massacro?
Tutte le famiglie sono ferite, e tutte sono redente:
dipende da chi paga, se paga;
dipende da chi si impegna a viverla sino in fondo e chi si impegna alla sua morte, piuttosto;
dipende dal sangue proprio versato oppure dal pretenderlo dal coniuge che si caccia;
dipende da chi si porta sulle spalle la responsabilità dell’altro - promessa al momento delle nozze e chi invece si volta indietro...

Che pena il barone Peletti, così magistralmente dipinto e così infelice.
E io pago? Certo, pago io! Pago tutto io. E sono felice di pagare, se questo è l’amore.
D'altronde, se questo nostro non fosse il Dio dell’impossibile, non sarebbe certo Dio.

(foto mia, Umbria 2015)